Elide “OLTRE L’INVERNO: LA RINASCITA DOPO LA MALATTIA”

Concludiamo il 2018 di Fattore K con un post intenso e ricco, perchè la malattia ha anche un lato propositivo e di  riflessione. Buona lettura!

Sarà perché è una giornata di vento freddo e dal mio quinto piano si vedono limpide le cime. Sarà che la fine dell’anno si avvicina, con i bilanci ed i buoni propositi. 

Un anno difficile, a livello personale e collettivo. Una specie di lungo inverno, in cui ci si ritira, si vive ripiegati su se stessi per proteggersi dal gelo. Ci si racchiude risparmiando le energie per le funzioni vitali e ci si nasconde un po’. Come gli animali, come i semi. 

Ecco, è ciò che è accaduto a me con la malattia ma è ciò che accade a ciascuno in questi tempi bui. 
Proteggersi da ciò che non si riesce più a capire, da ciò che fa male perché mette in crisi i valori con i quali siamo cresciuti e ai quali abbiamo informato la nostra vita può però portare a costruire barriere verso gli altri e all’indifferenza verso il Reale. Mi sembra che sia ormai diffusa una sorta di sovrastima dell’individualismo. Dell’egoismo. Se riesci a fare da solo e se riesci a mettere al primo posto te stesso o il profitto sei bravo. Prima di tutto, davvero.
Un esempio banale (lo racconto perché è esperienza diretta, non perché sia importante più di altri milioni di esempi): il 3 dicembre sono rientrata al lavoro dopo 10 mesi di malattia e cura per un tumore al seno. Così come sono stata accolta da cari colleghi sinceramente emozionati, ho incontrato pure tante persone che si credono fighe e che non hanno avuto nemmeno il tempo di salutarmi perché troppo occupate con scadenze e scartoffie e registri. Davvero, magari erano contente che ci rivedessimo dopo tanto tempo, ma dopo tanto tempo, non avevano IL TEMPO per fermarsi dieci minuti. Tesori miei, così non siamo splendide ma alienate.

Questo sarebbe oggi il lavoro? Parlerei piuttosto di produzione. Ormai sembra che si identifichi il lavoro con la produzione. Non è la stessa cosa. Il lavoro non significa sacrificare la propria umanità ma al contrario nobilitarla. 
Cosi come il business non è Economia. Economia significa “gestione della casa” non profitto a tutti i costi. Ci sono dei costi che non sono sostenibili: cioè, il gioco non vale la candela. 

Abbiamo perso il senso della Comunità. Ci vogliono far perdere il senso della Comunità, ci vogliono mettere paura, ci vogliono individui soli, monadi in una jungla metropolitana perché così siamo tutti deboli. Invece possiamo contrastare questa tendenza ormai globale. Possiamo fare Comunità. Possiamo pensare in modo diverso: questo pensiero unico è noioso, snervante, antiestetico. Questa freddezza emotiva è una palla, ragazzi. Non si è fighi quando si è freddi. Si è solo isolati. Non raccontatevi palle: tutti abbiamo bisogno di passioni, di innamoramenti, di storie in cui credere. Nella vita privata come nel lavoro, come nella vita sociale e politica. 

Allora, io mi dico: la chiusura durante il gelo dell’inverno serve a proteggere gli animali,   a far germogliare i semi.

Ecco, nel mio piccolo mondo interiore l’inverno della malattia, delle terapie ha protetto e fatto crescere un seme bello e importante: ho capito tante cose. Anche grazie agli amici veri che ho avuto accanto, che con amorevole passione mi hanno aiutata a capire.

Ed è nato un atteggiamento nuovo, potrei chiamarlo un programma di vita. Ho tante idee per la testa e come mi dice la mia amica Libel Seva, queste idee vanno condivise, bisogna fare rete, bisogna collaborare come hanno fatto lei e Vally con l’esperienza della malattia e con questo loro blog, Fattore K.

Spero che il fisico, che ha sempre arrancato affannosamente dietro le evoluzioni della mente, mi sostenga a dovere perché oltre a ritornare velocemente in sesto voglio mettere in atto un programmino offensivo niente male. Ho intenzione di avvalermi di armi sofisticate e ormai fuori uso, dimenticate, #parolechiave2019: Intelligenza, Cultura, Tradizione, Comunità, Passione, Altruismo, Gratuità, Bellezza.
So che tanti di noi ne hanno nostalgia e necessità. Allora, uniamoci (vi ricordo per caso qualcuno con la barba??). Ognuno nel proprio mondo, nella propria realtà, ma anche in quella comune, può fare molto. È il momento di metterci fantasia, un po’ di ironia e soprattutto di metterci il Cuore

#mettiamocilicuore:  si riparte dalla Condivisione. 

Cristina “SORRISI IN ROSA”

Fattore K, blog di storie e riflessioni sul cancro, vi propone una bellissima esperienza di immagini e parole che ha dato spazio ai sorrisi di donne colpite dal tumore al seno! Grazie a Cristina, siamo onorate di averti sul nostro blog!

Luisa e io ci siamo conosciute per caso, sempre che il caso esista, nel 2005. Il caso si chiamava “cancro al seno”, una diagnosi cascata sulla testa a entrambe ad un anno di distanza.

Luisa è stata le mie prime “parole di luce”, come mi piace definirla. È stata la prima persona a farmi sentire meno sola, a farmi capire che da quella lavatrice di ombre e paura ne potevo uscire. A farmi capire che la donna che ero stata l’avrei ritrovata, ancora più forte e bella di prima.

Sì, perché il cancro al seno mette a dura prova quella che è la tua femminilità, se ne impossessa e la ribalta, come i ladri che ti entrano in casa di soppiatto e buttano tutto all’aria, mettono le mani dappertutto, violano tutto.

Ti tocca il seno, nel migliore dei casi lasciandoti una cicatrice in esito di una quadrantectomia; Ti ruba i capelli, la chemio non perdona; Ti regala una prova generale di menopausa, allontanando o negando la possibilità di diventare un giorno madre.

Luisa, che quell’avventura l’aveva già attraversata ed era davanti a me bella e luminosa, mi ha saputo regalare quelle parole di conforto preziose e lenitive di cui avevo bisogno, come uno che si è smarrito per giorni nel deserto e vuole solo un sorso d’acqua.

Così quando due anni fa mi ha proposto di diventare testimonial del suo progetto fotografico, che voleva regalare alle donne colpite dal cancro al seno un messaggio di speranza, ho accettato subito e ho  rilanciato, proponendole di usare proprio le parole, che sono la mia passione e la mia vita, per dare ancora più corpo alla sua idea.

Così accanto ai suoi meravigliosi ritratti fotografici, che Luisa scatta, con amore e grande professionalità, scegliendo insieme alle singole testimonial il set naturale da loro preferito, abbiamo composto dei meravigliosi ritratti a parole, frutto di laboratori creativi in cui le ex pazienti coinvolte si sono messe in gioco e si sono raccontate, al di là della malattia.

Il potere creativo delle parole, infatti, è molto utile per riconoscersi e prendersi cura di sé, anche in situazioni critiche come la malattia; ci permette di riprende il contatto con noi stessi e scoprire che non siamo quello che facciamo, ma siamo molto di più, rigenerandoci attraverso la nostra stessa storia.

A oggi sono 24 le donne che hanno preso parte al progetto “Sorrisi in Rosa”; 24 donne meravigliose, che hanno attraversato il difficile percorso del cancro al seno e hanno voluto testimoniare “mettendoci la faccia e il cuore” che si può guarire e rinascere più belle e forti di prima. Ma già abbiamo contatti con nuove testimonial che vogliono dire alle loro sorelle “coraggio che ce la puoi fare”!

Humanitas ha visto in questo progetto la grande forza delle idee spontanee e del valore dei messaggi condivisi tra pari e ha sposato la nostra idea trasformando “Sorrisi in rosa” in una serie di appuntamenti nel mese di ottobre dedicati alla prevenzione. 

Senza questa avventura magari Luisa e io non ci saremmo mai conosciute e non avremmo mai messo a frutto le due facce complementari della nostra creatività dando speranza e voce  a tante altre donne. Perché ogni giorno è bellezza e va celebrato. E ogni donna è un essere meraviglioso e va onorato.

Barbare “SIAMO QUI PER CAPIRE, FORSE PER GUARIRE”

Fattore K vi propone una storia particolare, su come cambia la vita dopo una diagnosi… buona lettura e grazie Barbare di averci offerto la tua storia!

Ciao, il mio nome poco importa sono uno o una delle tante. Sono forse bionda o mora, alta o bassa, sono comune come è comune la vita e lo è ancora di più la malattia.

Sono una persona, questo è già un elemento importante, come tante ma che, a differenza di molte, è stata allo stesso tempo coccolata
dalla vita per certi versi, e messa a dura prova per altri.

Ho avuto quasi tutto ciò che si possa desiderare o la maggior parte ( aspetto ancora lo yacht e la villa ad Arcore, ma non sono una prostituta quindi mi sa che tocca aspettare ) .

Una vita stimolante, studi brillanti viaggi ovunque … davvero ovunque! Tutto ciò era normalità per me: salire su un aereo fermarmi a Miami per mangiare con un’amica e riprendere il volo per Tokyo. Forse avrei preferito viaggiare di più in business … ma quello è arrivato col tempo.

Era tutto il preludio di una vita perfetta, stimolante, anche un po’ glamour se vogliamo! Mi lasciavo trasportare dalle onde tiepide della vita.

Un giorno, tra un viaggio e l’altro, vedo che ho sempre più difficoltà ad alzarmi al mattino. Ho uno stato di fatica cronica. Sembra come se il mio corpo lanciasse un campanello d’allarme. Ero senza forze e soprattutto non sapevo cosa fosse e cosa stesse succedendo alla mia perfetta vita.

Comincio le analisi, i controlli, medici di qua e medici di la come se piovessero. Nessuno capisce nulla, diagnosi che volano, ecografie anche all’alluce del piede perché non si sa mai.

In questi casi ci si rende conto che l’umanità di cui siamo fatti scompare e diventiamo tanti topolini bianchi . Per la serie il magico mondo di Fievel ….

Non sei più la donna stratosferica o la manager in carriera ma un sacco di organi, ossa, e forse muscoli … Abituati ad essere venerati, ci si ritrova nella versione lussuosa di ER …. ma senza quella sfilza di manzi in età da riproduzione che ha fatto la fortuna della serie.

Ma ci si accontenta, in fondo siamo lì per capire e forse ( non sempre è così ) per guarire.

Quindi metto i miei occhiali Prada, un filo di rossetto prima di fare la TAC (che non sia mai la mia foto esca male) e continuo a spazientirmi sul divanetto Frau della sala d’attesa. In fondo, concedetemi di essere insopportabile e un filo acida …

Dopo Tac, risonanze, esami nessuno capisce nulla di cosa succede.

Nonostante il mio sangue freddo che mi ha aiutato in svariate situazioni di lavoro, comincio seriamente a farmela nelle mutande. E oggi porto il perizoma… la cosa non mi viene in aiuto …. e neanche il pantalone bianco…

(Barbare continuerà a raccontarci le evoluzioni della sua malattia……)

Mamma V. “FELICI DI VIVERLA QUESTA VITA”

Il blog Fattore K vi propone la storia di una mamma che ci parla della sua bambina.. Buona lettura!
 
Mia figlia nasce in una bella giornata autunnale, nasce velocemente e senza intoppi, da lì già si capiva che avrebbe affrontato la vita così, come un ciclone improvviso. Appena nata le è stato diagnosticato un nevo melanocitico, era grande  10x 15 cm, dietro la nuca, subito ci dissero che quel nevo sarebbe stato tenuto sotto controllo e poi tolto . 
 
Passano i mesi e i capelli nascondono il nevo, ma ogni sei mesi venivano rasati per fare la mappatura. A 15 mesi ci viene detto che nella nostra città  non sarebbe stato possibile toglierlo, per cui potevamo solo controllarlo e sperare che non sarebbe diventato mai maligno, purtroppo avendo una familiarità con i melanomi le percentuali erano tutt’altro che buone. Una sentenza di morte, che anno dopo anno aumentava del 2% la possibilità. di esito negativo.
 
Decidiamo di fare il giro degli ospedali pediatrici e approdiamo al centro ospedaliero dove inaspettatamente ci dicono che aspettare era ridicolo e che l’avrebbero operata appena possibile, che avrebbe dovuto portare un espansore cutaneo per mesi e poi ci sarebbe stata la rimozione definitiva… 
 
Chiediamo un terzo parere, anche quello contro la rimozione per la pericolosità degli interventi… ma qualcosa ci diceva che dovevamo rimuoverlo quel neo e così.
 
Iniziammo l’iter di rimozione. A 18 mesi  mia figlia inizia il ciclo di espansioni… ogni settimana le fanno un’iniezione sulla testa per riempire l’espansore d’acqua e così recuperare cuoio capelluto, ogni settimana impara che quel posto è brutto e non ci vuole andare. 
 
Procediamo così per 4 mesi, poi ci dicono che finalmente abbiamo abbastanza pelle e che possiamo operare. Non si è mai lasciata abbattere, dopo ogni operazione bastavano poche ore e si rialzava per correre e giocare, alla fine il neo è stato rimosso… 
 
Purtroppo l’incubo potrebbe ritornare, per cui ogni anno viviamo con il fiato in gola l’iter dei controlli, ma tutto questo ci fa vivere la vita diversamente.
 
Molto più consapevoli di quello che siamo e di cosa vogliamo e soprattutto felici di viverla questa vita.

Gloria “MA NO, PROPRIO TU?!”

Ecco il ricco e profondo contributo di Gloria,  una riflessione sul post di Libel Seva  “Cosa insegna un tumore un’insegnante” . Grazie Gloria!


“Ma no, proprio tu?!”  [con sottotesto non verbale dominato da stupore]

Se non vi siete mai sentiti rivolgere questa esclamazione o non l’avete mai pronunciata a un altro essere umano fate sicuramente parte di una minoranza interessante. Per tutti gli altri si tratta di una frase che è stata utilizzata o ricevuta numerose volte.
Non ci avevo fatto particolare caso fino a quando ne ho parlato con Libel Seva, in questo periodo di condivisione della sua esperienza di malattia e del suo percorso di cura.

La malattia fa parte della nostra umanità: siamo vulnerabili, con un sistema corporeo fallace che può rompersi, diventare fragile, sperimentare delle problematiche che –fortunatamente- possono alle volte risolversi con cure specifiche. Fin qui nulla di strano, particolarmente originale o straordinario.
La malattia è parte del nostro bagaglio umano.
Amen.

E allora come mai questa esclamazione “proprio tu?!”?
Perché Libel Seva è un’appassionata insegnante di yoga (anche la mia, peraltro! 😉 ) e questa professione sembra non sia associabile alla fragilità fisica e alla malattia in particolare:
– proprio tu che insegni yoga?
– proprio tu che mediti?
– proprio tu che sei vegetariana?
– proprio tu che ti curi?

Andate avanti voi, grazie.

Allora mi sono resa conto che anche io (di professione psicologa e psicoterapeuta) mi sono sentita rivolgere questa esclamazione. In tutte quelle occasioni in cui la mia professione entrava in contrasto con esperienze umane oggetto della mia materia di studio e di lavoro: problemi di relazione, separazioni, incapacità di comunicare, difficoltà nel trovare un equilibrio nella vita professionale e quella lavorativa, stati di ansia, paure, vulnerabilità in generale. Insomma, è capitato piuttosto di frequente: l’ambito della psicologia è piuttosto ampio!

Una qualsiasi difficoltà personale pare possa essere messa in collegamento con la mia attività professionale. E – pensandoci un istante – tale affermazione pare essere utilizzata maggiormente proprio da chi non apprezza, non conosce, non “crede” nella mia professione di psicologa.

La faccenda si fa interessante, vero?

Come se ogni volta che qualcuno, che per professione si prende cura di persone o di una parte di esse, non potesse sperimentare  il dolore e la sofferenza relativa alla sua area di lavoro. Che poi sarebbe come dire che i medici non possono ammalarsi di quello in cui sono specializzati o che  gli insegnanti non possono avere problemi nell’apprendimento.

Quando si riceve questo messaggio si sente una sorta di nota stonata nella comunicazione e nella relazione in corso. Ci sento tanto giudizio su di me come persona, l’assenza di empatia rispetto alla situazione di fragilità che è stata condivisa, la distanza tra umani…proprio quando tu avresti solo voglia di sentirti vicina agli altri.

Mi sono chiesta da dove fosse generato questo stupore incredulo che genera freddo e distanza.

Forse tutto parte da un’idealizzazione positiva delle tue capacità o di te come persona: ti credevano brava e competente su un ambito specifico e invece si è scoperto che no, non sei capace, come tutti gli altri, forse addirittura peggio. Una sorta di “calzolaio con le scarpe bucate”, con la differenza che qui il giudizio arriva sul fattore umano e non sulla competenza tecnica di utilizzo della materia.

Se poi lascio correre quello che mi riguarda (e magari mi può ferire) e mi fermo un po’ di più a sentire quello che c’è ancora più in profondità ci sento anche altro: pensiero magico, sano e fisiologico fino ai 6 anni ma estremamente pericoloso se a crederci sono persone adulte.
Il pensiero magico crede che se tu dedichi tempo, attenzione, cura, pratica a un certo argomento tu lo possa controllare completamente, senza eccezioni o imprevisti.

Il pensiero magico pensa che se studi e metti in pratica tutti gli studi sul cancro tu non possa ammalarti di cancro.

Il pensiero magico è convinto che se dedichi la tua vita a studiare il funzionamento psicologico ed emotivo degli esseri umani tu non possa avere problematiche relative al tuo funzionamento psicologico ed emotivo.
O se ti occupi di studiare il funzionamento delle relazioni tu non possa avere problemi relazionali.

Ehm, no. La vita reale non funziona proprio così.

Il pensiero magico ci consola e ci protegge da tutto quello che c’è di imprevedibile nella vita, è un filtro sul dolore ma offusca la nostra percezione della realtà: pensare che qualcuno non possa (per una sua scelta professionale) essere toccato dai piccoli e grandi drammi umani è una fantasia rassicurante ma non veritiera.

Un po’ come pensare di qualcuno che ha avuto successo che è stato fortunato: forse anche,  ma si tratta di una categorizzazione parziale che ci mette al riparo dal confronto con noi stessi e il nostro non-successo. Comodo ma non reale.

Ci sono contesti e ambiti di studio così complessi in cui lo studio e la messa in pratica nella realtà non sono proprio lineari e prevedibili. Per gli studiosi tanto quanto per chi non ne ha mai sentito parlare.
Non vi starò  a fare l’elenco di personaggi importanti e di spicco che hanno sperimentato l’incongruenza tra la propria esperienza professionale e quella umana, sarà sufficiente che vi guardiate intorno tra i vostri conoscenti.
Quelli umani, normali, vulnerabili, fallaci ed erranti che vivono intorno a voi.
Capisco perfettamente il desiderio che sta sotto: “ma se neanche questi che ne sanno possono scamparla, come ne posso uscire io? “.

Ed è uno dei motivi per cui spesso quelli che (teoricamente!) ne sanno non condividono le loro esperienze personali più intime o addirittura rimangono bloccati in situazioni non positive perché metterebbero in crisi la loro immagine sociale.
Si proteggono e si congelano al tempo stesso, da soli. Una sorta di letto di Procuste delle professioni di cura, che prevede che per curare gli altri tu non possa avere bisogno di cure, soprattutto se collegate a una vulnerabilità collegata al tuo lavoro.
Quello che ho capito io è che siamo tutti sulla stessa barca, perlomeno per quanto riguarda le esperienze della vita che accomunano tutti gli esseri umani: esperienze di vita, lutti, malattie, sofferenze relazionali, delusioni, tradimenti.

Tutti uguali, nessuno escluso.
Quello che ho scoperto io dalle mie vulnerabilità è che quando le vedi, le accogli e te ne prendi cura davvero diventi una persona più completa.  A me è successo quando mi sono separata (bene) dal padre di mia figlia, nonché socio del mio studio di psicologia per le organizzazioni: è cambiato tutto intorno e dentro di me, ho fatto una sorta di upgrade di me stessa e delle mie relazioni. In tutto questo movimento ovviamente non tutti sono riusciti a restarmi accanto, ma io si.

Dal centro di questo processo di integrazione di chi sei, prendersi cura degli altri è più efficace. Molto più umano. Molto più utile sentirsi uniti da questa somiglianza invece di cercare differenze, distanze, giudizi.

Pensando alle tante persone che conosco che si prendono cura degli altri e che hanno dovuto –al contempo- imparare a prendersi cura delle proprie vulnerabilità forse una cosa c’è che differenzia l’esperienza di chi dedica tempo alla teoria e alla pratica in uno specifico contesto, che sia lo yoga, la psicologia,  la medicina, l’attività fisica o quello che vi viene in mente. Forse l’unica differenza sta nel passaggio successivo all’accettazione della vulnerabilità, ovvero quello che fai di quello che ti capita.

Solo a questo punto diventano preziose la conoscenza e la sperimentazione concreta che hai vissuto grazie alla tua professione, solo dopo aver accettato di essere vulnerabile puoi cominciare a mettere in pratica tutto quello che sai per te stesso e ne puoi guadagnare in dolcezza,  velocità, efficacia, scelte strategiche.  E, forse con maggiore umiltà, puoi continuare a studiare e a imparare, a partire da un nuovo te stesso più umano.

Qualcuno lo chiama il guaritore ferito, che può continuare a curare proprio a partire dalla propria ferita: vulnerabile deriva dal latino vulnus ferita, ma anche dal sanscrito vranà che significa strappo. Qualcun altro parla della forza della vulnerabilità: guardatevi il video di Breneè Brown: la vulnerabilità è proprio identificata come una qualità che porta ad affrontare la paura senza ricercare la perfezione.

Restare nel mondo in modo adulto e vero, senza falsi perfezionismi.

Secondo me è esattamente quello di cui abbiamo bisogno.

Aysha “DANZANDO INCONTRO AL DESTINO”

Claudia in arte Aysha
Un’ insegnante e ballerina di danza orientale italo tunisina  da 23 anni affetta da melanoma.
La sua storia: “Eccomi qua!! Il caso dichiarato dalla medicina ufficiale disperato! Praticamente morta!! Ma visto che io la vita l’ho sempre affrontata danzando ho pensato che a 36 anni non sarei uscita di scena da ballerina di fila, ma da protagonista!!
Diagnosi: melanoma metastatico al 4 stadio Primario 12.1995 4 clark
IN 16 ANNI MAI VISTO UN ONCOLOGO, SOLO VISITA NEI, ECO ASCELLARE, EPATICA
PRIMA metastasi 11.2011 Svuotamento ascellare 3 linfonodi su 21 presi e fuori capsula.
Negativa al vaccino 2012 inizio interferone e radio

Dopo pochi mesi mi auto sospendo interferone: stavo morendo di ipotermia
Agosto 2013 mi opero al fianco: metastasi linfonodale di nuovo radio.
Febbraio 2014 di nuovo svuotamento ascellare! Di nuovo radio
Febbraio 2015: metastasi polmonare! Da questo intervento in me tutto cambia, il dolore provato per il post operatorio è stato devastante.
Pensieri che ancora non ho elaborato. dell’operazione Non ne ho parlato a nessuno, solo a pochi amici intimi. Non riuscire a respirare, ad alzarmi, la morfina, l’ossigeno, il vedermi per la prima volta allo specchio completamente malata per me era inaccettabile ! Esco da li e voglio la svolta!! La pretendo!!
Comincio a studiare ad informarmi non voglio arrendermi!
Comincio a fare un fai da te deleterio per me affidandomi al web ( grandissimo errore)!! TAC agosto 2015: solo un linfonodo reattivo ,il primario radiologia dell’ifo ripete tac il 15 settembre : pulita solo il piccolo linfonodo
L’oncologa la dottoressa Ferraresi,non si fida della TAC e chiede la PET per capire la natura del linfonodo….dopo 21 giorni ,il 7 ottobre il disastro!!!!
E’ anche lei un’oncologa illuminata che e’ sempre andata a fondo nella mia storia clinica salvandomi la vita!
Pet di ottobre 2015:
Zone interessate: ilo epatico ( con vena cava presa), ilo aortico ( con vena aortica presa), pleure , tutto l’emitorace, sede peribronchiale e paravertebrale!! ah il linfonodo reattivo non era metastasi Metastasi di cui 9 dai 3 ai 7 cm Con suv fino a 45! Praticamente terminale !
Tutto cio’ che avevo studiato da sola vacilla: mi serve un luminare!!
Corro dal professor Carlo Pastore e trovo un angelo. Scienza e coscienza e soprattutto conoscenza!!
Il medico!! Il dottore !! L’oncologo! Mi ha accolta abbracciandomi.
Gli ho sussurrato all’orecchio: moriro’? E lui sorridendo .. Faremo di tutto affinché non accada!! Ad ottobre ho cominciato integrazione da lui studiata per me.
La mia oncologa dell’ospedale non mi ha mai ostacolato sull’integrazione conoscendo Pastore e la sua serieta’.
A novembre comincio il primo farmaco monoclonale ( il mio melanoma non ha mutazioni):
IPILIMUMAB e ipertemia convenzionata.
A marzo ozonoterapia
Alla Pet del 2 marzo 2016 tutto fermo ma metastasi ingrandite, forse per effetto dell’Ipi, ma non essendoci regressione. Si cambia monoclonale: Arriva il NIVOLUMAB
Il farmaco che devo sperare faro’ a vita!!
Aumento integratori e ozonoterapia, faccio 30 ipertermie da Pastore Ad oggi 21 integratori+ interlukina omeopatica + un farmaco che da potenza al Nivolumab. Alimentazione da 4 anni sotto controllo, glicemia sotto gli 80..carni, formaggi e farine bianche abolite. PET di luglio e del 24 ottobre 2016: e’ rimasta solo una piccola traccia della metastasi all’ilo epatico!! Maggio 2017 mi reco ad Empoli per trattarla con la radioterapia stereotassica presso Ecomedica dal Dottor Fanelli e Casamassima. PET di novembre 2017: sparito tutto!!
PET marzo 2018: remissione totale!
PET luglio 2018 il farmaco continua la sua azione: pet negativa!! 
Da giugno 2018 comincero’ il Nivolumab a dose unica una volta al mese! Ho vinto una battaglia..
Ora Affilo i coltelli per vincere la guerra.. Lo devo alle persone che ho perso durante il cammino comune..TANTE TROPPE!!! E usciro’ di scena con una piroette!!!!”

Pamela: “FATTORE K COME KAKKA”

Ecco un messaggio che vuole essere un invito alla riflessione sul Fattore K . Grazie Pamela!


Un’antica storia popolare cinese  racconta di un vecchio contadino al quale una mattina fuggì il cavallo che adoperava nel lavoro dei campi. Alla notizia i vicini di casa si recarono subito dal contadino per manifestargli la loro vicinanza in questo momento di grande sfortuna per lui. “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!”, si limitò a dir loro il vecchio contadino. Il giorno seguente, infatti, il cavallo fuggito fece ritorno alla stalla; aveva trascorso la notte sulla montagna e, tornando a valle, era stato seguito da una mandria di cavalli selvatici.

Quando i vicini vennero a saperlo, subito corsero dal vecchio per congratularsi con lui della straordinaria fortuna che gli era capitata! “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo?!”, sentenziò nuovamente il contadino.  Fu così che quello stesso giorno il figlio del contadino decise di cavalcare il più forte dei cavalli selvaggi, per ammaestrarlo e utilizzarlo nel lavoro nei campi. Ma mentre tentava di domarlo, il cavallo selvaggio lo disarcionò, facendo cadere violentemente a terra il figlio del contadino che si ruppe una gamba. Ancora una volta la gente del villaggio non esitò nel correre a casa del contadino per piangere insieme a lui l’evidente disgrazia che su di lui si era abbattuta.

Ma ancora una volta il vecchio non si scompose più di tanto e si limitò a sentenziare: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!”Avvenne infatti che in Cina scoppiò una terribile guerra e che i capi dell’esercito, che viaggiavano di villaggio in villaggio per reclutare soldati, vedendo il figlio del contadino con una gamba rotta non si fermarono e passarono oltre.”

 Ci approcciamo alla vita incentrati sull’idea “della fortuna cieca e della sfiga che invece ci vede benissimo!“ o ancora peggio confondendo responsabilità con merito. Se le cose non vanno bene scomodiamo la colpa, il peccato, l’essere indegni per qualche motivo naturalmente sconosciuto ( Karma? colpe transgenerazionali?)…

Passiamo tre quarti della nostra esistenza a cercare spiegazioni:  leggi di causa ed effetto che ahimè, qualora esistessero, certo non migliorerebbero il nostro benessere mentale.

Perché quando la –K- (ribattezziamola  KAKKA) colpisce hai voglia a trasformarla nel fattore -Q- !!! Noi psicologi alle volte siamo degli ipocriti e io non mi pagherei una seduta per sentirmi dire di “Vedere il bicchiere mezzo pieno” e mi viene veramente voglia di urlare contro i colleghi che danno spiegazioni collegando stati mentali alle disgrazie altrui.

Dove sta l’aiuto? In che modo posso essere utile alle persone? Questa è la mia questione.

Andare incontro al dolore.

Incontro Libel, per me donna più sana, equilibrata, forte, radicata, consapevole, e chi più ne ha più ne metta, che abbia conosciuto negli ultimi tempi.

La conosco, nasce un’amicizia, lei mi sta vicino, la sento mentore.

Mi accorgo che non sta bene, ma ovviamente non è niente è impossibile che LEI, LIBEL, SEVA abbia qualcosa di grave….

Eppure la KAKKA accade ed io mi ritrovo improvvisamente nel dolore, in un altro dolore, che la vita mi sta dando. E nella mia mente parte il famoso perché….perchè … perché LEI, perché un’ amica… accidenti, che sfortuna!!! E la coscienza inizia ad essere oppositiva inizia ad elencare tutti i NO, i NON, gli AVREI… mi sento  e invento colpe…Inizio addirittura a pensare che questa notizia sia il preludio di qualcos’altro che poi debba  essere per forza bello.

Andare incontro al DOLORE.

IL DOLORE FA MALE, IL DOLORE FA DELIRARE il DOLORE è uno SCHIFO che non vuoi per te e i tuoi cari.

Se io sto così, LEI? LEI starà male a modo suo…. Perché ogni dolore elicita la storia singolare, e solo LIBEL è nella sua-

ANDARE INCONTRO AL DOLORE-

Fortuna, sfortuna sento che non posso essere ipocrita e decido che non è tempo di spiegare o di dare una pacca sulla spalla.

Penso “all’ essere UTILE”, a chiederle “Come va?”, penso di ascoltare il suo racconti, cerco di essere disponibile in piccoli stupidi e quotidiani gesti.

Cerco dI stare senza far finta di essere diversa da come solo. Vado incontro al suo “KAKKA”, al suo dolore senza nessuna filosofia o missione speciale- Non ho niente da insegnare, ma non mi voglio nascondere.

La mia questione: essere utile

Care Libel e Vally, fattori K.

Lanciatemi una provocazione sull’essere utile !