Gloria “MA NO, PROPRIO TU?!”

Ecco il ricco e profondo contributo di Gloria,  una riflessione sul post di Libel Seva  “Cosa insegna un tumore un’insegnante” . Grazie Gloria!


“Ma no, proprio tu?!”  [con sottotesto non verbale dominato da stupore]

Se non vi siete mai sentiti rivolgere questa esclamazione o non l’avete mai pronunciata a un altro essere umano fate sicuramente parte di una minoranza interessante. Per tutti gli altri si tratta di una frase che è stata utilizzata o ricevuta numerose volte.
Non ci avevo fatto particolare caso fino a quando ne ho parlato con Libel Seva, in questo periodo di condivisione della sua esperienza di malattia e del suo percorso di cura.

La malattia fa parte della nostra umanità: siamo vulnerabili, con un sistema corporeo fallace che può rompersi, diventare fragile, sperimentare delle problematiche che –fortunatamente- possono alle volte risolversi con cure specifiche. Fin qui nulla di strano, particolarmente originale o straordinario.
La malattia è parte del nostro bagaglio umano.
Amen.

E allora come mai questa esclamazione “proprio tu?!”?
Perché Libel Seva è un’appassionata insegnante di yoga (anche la mia, peraltro! 😉 ) e questa professione sembra non sia associabile alla fragilità fisica e alla malattia in particolare:
– proprio tu che insegni yoga?
– proprio tu che mediti?
– proprio tu che sei vegetariana?
– proprio tu che ti curi?

Andate avanti voi, grazie.

Allora mi sono resa conto che anche io (di professione psicologa e psicoterapeuta) mi sono sentita rivolgere questa esclamazione. In tutte quelle occasioni in cui la mia professione entrava in contrasto con esperienze umane oggetto della mia materia di studio e di lavoro: problemi di relazione, separazioni, incapacità di comunicare, difficoltà nel trovare un equilibrio nella vita professionale e quella lavorativa, stati di ansia, paure, vulnerabilità in generale. Insomma, è capitato piuttosto di frequente: l’ambito della psicologia è piuttosto ampio!

Una qualsiasi difficoltà personale pare possa essere messa in collegamento con la mia attività professionale. E – pensandoci un istante – tale affermazione pare essere utilizzata maggiormente proprio da chi non apprezza, non conosce, non “crede” nella mia professione di psicologa.

La faccenda si fa interessante, vero?

Come se ogni volta che qualcuno, che per professione si prende cura di persone o di una parte di esse, non potesse sperimentare  il dolore e la sofferenza relativa alla sua area di lavoro. Che poi sarebbe come dire che i medici non possono ammalarsi di quello in cui sono specializzati o che  gli insegnanti non possono avere problemi nell’apprendimento.

Quando si riceve questo messaggio si sente una sorta di nota stonata nella comunicazione e nella relazione in corso. Ci sento tanto giudizio su di me come persona, l’assenza di empatia rispetto alla situazione di fragilità che è stata condivisa, la distanza tra umani…proprio quando tu avresti solo voglia di sentirti vicina agli altri.

Mi sono chiesta da dove fosse generato questo stupore incredulo che genera freddo e distanza.

Forse tutto parte da un’idealizzazione positiva delle tue capacità o di te come persona: ti credevano brava e competente su un ambito specifico e invece si è scoperto che no, non sei capace, come tutti gli altri, forse addirittura peggio. Una sorta di “calzolaio con le scarpe bucate”, con la differenza che qui il giudizio arriva sul fattore umano e non sulla competenza tecnica di utilizzo della materia.

Se poi lascio correre quello che mi riguarda (e magari mi può ferire) e mi fermo un po’ di più a sentire quello che c’è ancora più in profondità ci sento anche altro: pensiero magico, sano e fisiologico fino ai 6 anni ma estremamente pericoloso se a crederci sono persone adulte.
Il pensiero magico crede che se tu dedichi tempo, attenzione, cura, pratica a un certo argomento tu lo possa controllare completamente, senza eccezioni o imprevisti.

Il pensiero magico pensa che se studi e metti in pratica tutti gli studi sul cancro tu non possa ammalarti di cancro.

Il pensiero magico è convinto che se dedichi la tua vita a studiare il funzionamento psicologico ed emotivo degli esseri umani tu non possa avere problematiche relative al tuo funzionamento psicologico ed emotivo.
O se ti occupi di studiare il funzionamento delle relazioni tu non possa avere problemi relazionali.

Ehm, no. La vita reale non funziona proprio così.

Il pensiero magico ci consola e ci protegge da tutto quello che c’è di imprevedibile nella vita, è un filtro sul dolore ma offusca la nostra percezione della realtà: pensare che qualcuno non possa (per una sua scelta professionale) essere toccato dai piccoli e grandi drammi umani è una fantasia rassicurante ma non veritiera.

Un po’ come pensare di qualcuno che ha avuto successo che è stato fortunato: forse anche,  ma si tratta di una categorizzazione parziale che ci mette al riparo dal confronto con noi stessi e il nostro non-successo. Comodo ma non reale.

Ci sono contesti e ambiti di studio così complessi in cui lo studio e la messa in pratica nella realtà non sono proprio lineari e prevedibili. Per gli studiosi tanto quanto per chi non ne ha mai sentito parlare.
Non vi starò  a fare l’elenco di personaggi importanti e di spicco che hanno sperimentato l’incongruenza tra la propria esperienza professionale e quella umana, sarà sufficiente che vi guardiate intorno tra i vostri conoscenti.
Quelli umani, normali, vulnerabili, fallaci ed erranti che vivono intorno a voi.
Capisco perfettamente il desiderio che sta sotto: “ma se neanche questi che ne sanno possono scamparla, come ne posso uscire io? “.

Ed è uno dei motivi per cui spesso quelli che (teoricamente!) ne sanno non condividono le loro esperienze personali più intime o addirittura rimangono bloccati in situazioni non positive perché metterebbero in crisi la loro immagine sociale.
Si proteggono e si congelano al tempo stesso, da soli. Una sorta di letto di Procuste delle professioni di cura, che prevede che per curare gli altri tu non possa avere bisogno di cure, soprattutto se collegate a una vulnerabilità collegata al tuo lavoro.
Quello che ho capito io è che siamo tutti sulla stessa barca, perlomeno per quanto riguarda le esperienze della vita che accomunano tutti gli esseri umani: esperienze di vita, lutti, malattie, sofferenze relazionali, delusioni, tradimenti.

Tutti uguali, nessuno escluso.
Quello che ho scoperto io dalle mie vulnerabilità è che quando le vedi, le accogli e te ne prendi cura davvero diventi una persona più completa.  A me è successo quando mi sono separata (bene) dal padre di mia figlia, nonché socio del mio studio di psicologia per le organizzazioni: è cambiato tutto intorno e dentro di me, ho fatto una sorta di upgrade di me stessa e delle mie relazioni. In tutto questo movimento ovviamente non tutti sono riusciti a restarmi accanto, ma io si.

Dal centro di questo processo di integrazione di chi sei, prendersi cura degli altri è più efficace. Molto più umano. Molto più utile sentirsi uniti da questa somiglianza invece di cercare differenze, distanze, giudizi.

Pensando alle tante persone che conosco che si prendono cura degli altri e che hanno dovuto –al contempo- imparare a prendersi cura delle proprie vulnerabilità forse una cosa c’è che differenzia l’esperienza di chi dedica tempo alla teoria e alla pratica in uno specifico contesto, che sia lo yoga, la psicologia,  la medicina, l’attività fisica o quello che vi viene in mente. Forse l’unica differenza sta nel passaggio successivo all’accettazione della vulnerabilità, ovvero quello che fai di quello che ti capita.

Solo a questo punto diventano preziose la conoscenza e la sperimentazione concreta che hai vissuto grazie alla tua professione, solo dopo aver accettato di essere vulnerabile puoi cominciare a mettere in pratica tutto quello che sai per te stesso e ne puoi guadagnare in dolcezza,  velocità, efficacia, scelte strategiche.  E, forse con maggiore umiltà, puoi continuare a studiare e a imparare, a partire da un nuovo te stesso più umano.

Qualcuno lo chiama il guaritore ferito, che può continuare a curare proprio a partire dalla propria ferita: vulnerabile deriva dal latino vulnus ferita, ma anche dal sanscrito vranà che significa strappo. Qualcun altro parla della forza della vulnerabilità: guardatevi il video di Breneè Brown: la vulnerabilità è proprio identificata come una qualità che porta ad affrontare la paura senza ricercare la perfezione.

Restare nel mondo in modo adulto e vero, senza falsi perfezionismi.

Secondo me è esattamente quello di cui abbiamo bisogno.

Pamela: “FATTORE K COME KAKKA”

Ecco un messaggio che vuole essere un invito alla riflessione sul Fattore K . Grazie Pamela!


Un’antica storia popolare cinese  racconta di un vecchio contadino al quale una mattina fuggì il cavallo che adoperava nel lavoro dei campi. Alla notizia i vicini di casa si recarono subito dal contadino per manifestargli la loro vicinanza in questo momento di grande sfortuna per lui. “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!”, si limitò a dir loro il vecchio contadino. Il giorno seguente, infatti, il cavallo fuggito fece ritorno alla stalla; aveva trascorso la notte sulla montagna e, tornando a valle, era stato seguito da una mandria di cavalli selvatici.

Quando i vicini vennero a saperlo, subito corsero dal vecchio per congratularsi con lui della straordinaria fortuna che gli era capitata! “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo?!”, sentenziò nuovamente il contadino.  Fu così che quello stesso giorno il figlio del contadino decise di cavalcare il più forte dei cavalli selvaggi, per ammaestrarlo e utilizzarlo nel lavoro nei campi. Ma mentre tentava di domarlo, il cavallo selvaggio lo disarcionò, facendo cadere violentemente a terra il figlio del contadino che si ruppe una gamba. Ancora una volta la gente del villaggio non esitò nel correre a casa del contadino per piangere insieme a lui l’evidente disgrazia che su di lui si era abbattuta.

Ma ancora una volta il vecchio non si scompose più di tanto e si limitò a sentenziare: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!”Avvenne infatti che in Cina scoppiò una terribile guerra e che i capi dell’esercito, che viaggiavano di villaggio in villaggio per reclutare soldati, vedendo il figlio del contadino con una gamba rotta non si fermarono e passarono oltre.”

 Ci approcciamo alla vita incentrati sull’idea “della fortuna cieca e della sfiga che invece ci vede benissimo!“ o ancora peggio confondendo responsabilità con merito. Se le cose non vanno bene scomodiamo la colpa, il peccato, l’essere indegni per qualche motivo naturalmente sconosciuto ( Karma? colpe transgenerazionali?)…

Passiamo tre quarti della nostra esistenza a cercare spiegazioni:  leggi di causa ed effetto che ahimè, qualora esistessero, certo non migliorerebbero il nostro benessere mentale.

Perché quando la –K- (ribattezziamola  KAKKA) colpisce hai voglia a trasformarla nel fattore -Q- !!! Noi psicologi alle volte siamo degli ipocriti e io non mi pagherei una seduta per sentirmi dire di “Vedere il bicchiere mezzo pieno” e mi viene veramente voglia di urlare contro i colleghi che danno spiegazioni collegando stati mentali alle disgrazie altrui.

Dove sta l’aiuto? In che modo posso essere utile alle persone? Questa è la mia questione.

Andare incontro al dolore.

Incontro Libel, per me donna più sana, equilibrata, forte, radicata, consapevole, e chi più ne ha più ne metta, che abbia conosciuto negli ultimi tempi.

La conosco, nasce un’amicizia, lei mi sta vicino, la sento mentore.

Mi accorgo che non sta bene, ma ovviamente non è niente è impossibile che LEI, LIBEL, SEVA abbia qualcosa di grave….

Eppure la KAKKA accade ed io mi ritrovo improvvisamente nel dolore, in un altro dolore, che la vita mi sta dando. E nella mia mente parte il famoso perché….perchè … perché LEI, perché un’ amica… accidenti, che sfortuna!!! E la coscienza inizia ad essere oppositiva inizia ad elencare tutti i NO, i NON, gli AVREI… mi sento  e invento colpe…Inizio addirittura a pensare che questa notizia sia il preludio di qualcos’altro che poi debba  essere per forza bello.

Andare incontro al DOLORE.

IL DOLORE FA MALE, IL DOLORE FA DELIRARE il DOLORE è uno SCHIFO che non vuoi per te e i tuoi cari.

Se io sto così, LEI? LEI starà male a modo suo…. Perché ogni dolore elicita la storia singolare, e solo LIBEL è nella sua-

ANDARE INCONTRO AL DOLORE-

Fortuna, sfortuna sento che non posso essere ipocrita e decido che non è tempo di spiegare o di dare una pacca sulla spalla.

Penso “all’ essere UTILE”, a chiederle “Come va?”, penso di ascoltare il suo racconti, cerco di essere disponibile in piccoli stupidi e quotidiani gesti.

Cerco dI stare senza far finta di essere diversa da come solo. Vado incontro al suo “KAKKA”, al suo dolore senza nessuna filosofia o missione speciale- Non ho niente da insegnare, ma non mi voglio nascondere.

La mia questione: essere utile

Care Libel e Vally, fattori K.

Lanciatemi una provocazione sull’essere utile !