Chiara: Le mie storie di famiglia e la paura del cancro

Il blog Fattore K non è solo il racconto delle vite di Vally e Libel, che vi invitiamo a leggere e a scoprire di settimana in settimana sulle pagine del blog, ma è un crocevia virtuale di tutte le esperienze che ci vorrete raccontare in tema di K. Oggi ripercorriamo la storia toccante di una donna che ha attraversato il territorio del Kancro nell’esperienza della sua famiglia, traendone grandi insegnamenti per sé. Buona lettura su Fattore Kappa!

Ciao io sono Chiara e se sono qui devo ringraziare mia nonna Flora.

La mia nonna Flora è mancata di cancro quando avevo solo 6 anni.

Questa perdita ha creato in me un legame invisibile e inconscio con il cancro. Il legame si è rafforzato negli anni quando tutte le persone della famiglia si sono ammalate o sono mancate a causa del cancro.

Sono cresciuta pensando: “Quando mi verrà” e non se mi verrà.

Nel 2014 sono andata a vivere in Brasile, io ero una giovane mamma energica, solare e realizzata. Non so se sia stato il fatto che sentissi la responsabilità della maternità sempre più forte ma il cancro mi veniva in mente sempre più spesso e nei momenti più impensati…Giocavo con i miei bimbi e piangevo per il terrore di ammalarmi e lasciarli soli.

Io sono una naturale ottimista, sono sempre stata così. Non mi sono mai dovuta sforzare, il mio bicchiere è sempre pieno e il mio mondo è a colori … quindi proprio non mi capacitavo di avere pensieri negativi e di questa portata! Una malattia! … dovevo venirne a capo.

Sono un ingegnere ambientale, ho studiato Fisica Quantica e ho sempre creduto nelle energie, nelle vibrazioni e nelle sincronicità.

Quella cosa, quel “pensiero tarlo” si stava presentando perché io lo affrontassi.

Ho iniziato un profondo percorso di autoconoscenza che mi ha visto sperimentare molte terapie olistiche. Tutte hanno contribuito a far affiorare una nuova prospettiva della vita, dei sentimenti e della mia storia.

Un giorno lessi che il modello terapeutico delle costellazioni familiari potevano aiutare anche per le malattie ereditarie e così decisi di provare…

Quando la costellatrice mi chiese: “cosa vuoi rappresentare? ”Il Cancro” risposi.

Io ancora non sapevo bene come funzionava, era la prima volta…la persona che interpretava me si è inginocchiata e ha iniziato a dondolare con il busto, avanti e indietro, quasi come un gesto autoconsolatorio…ha detto che sentiva profonda tristezza, si sentiva piccola…percepiva una bimba che piangeva e pregava. Io avevo dimenticato quel dolore, quello che per tanti anni mi ha accompagnato ogni notte e mi faceva piangere e pregare per la mancanza che sentivo, mi ero dimenticata di quella bimba, ero io.

Sono stati 2 anni di profonda introspezione. Ho ritrovato la mia parte bimba e ho imparato che avevo un cuore che sente e che comunicai incessantemente con me. Per sentire il cuore ho dovuto silenziare la mente, sembra facile ma, se hai idea cosa ci sia nella testa di una donna, capirai che non lo era.

Oggi mi sento l’ingegnere delle mie emozioni, parto da quelle per riprogettare la mia miglior versione.

Sono ritornata in Italia e ho deciso di ascoltare la mia vocazione. Sono diventata una coach e aiuto altre donne ad illuminare le dinamiche inconsce che non permettono di essere libere e di fare delle scelte coscienti nel rispetto del proprio cuore (Anima) invece che continuare ad ascoltare voci nella testa (Ego).

Ho avuto paura del cancro … poi ho capito che la mia cura sarebbe stato parlare di quel tabù e parlare con donne che direttamente o indirettamente hanno provato la stessa paura.

Io percepisco il cancro come una corrosione, un boicottaggio interno. La sensazione che le cellule ci tradiscano, mutando e uccidendo. 

Ma se lo specchio di quello che sono dentro è quello che sono fuori, mi chiedo “quando avviene il tradimento?”

Quale emozione interna mi sta corrodendo?
Come posso connettermi con queste emozioni inascoltate?
Come posso includere emozioni di cui non sono conscia?

La coscienza si acquisisce con la Presenza. Siamo così abituate ad ignorare quello che proviamo e ad “andare avanti” che ci perdiamo i piccoli segnali, le piccole briciole di luce che l’Universo ci lascia per permetterci di diventare coscienti.

Mi ascolto ora, adesso e… mi esprimo

La parola distingue l’uomo dagli altri esseri viventi. La parola ci permette di comunicare tra noi e di programmare le nostre menti verso vite prospere o carenti. Verso la malattia o la guarigione.

Parliamo di quello che sentiamo, parliamo a chi non c’è più, parliamo ai nostri cari che ci sono vicini o alle persone che sono state importanti nel nostro percorso di vita. E parliamo soprattutto a chi ha generato dei sentimenti negativi: rabbia, odio, paura, vergogna, invidia.

Le parole non dette corrodono dentro. Usiamo parole d’amore, d’ accettazione, d’inclusione, di leggerezza.

Parliamocon il cuore

Oggi mi sento più serena e i brutti pensieri se ne sono andati. Sento mia nonna molto vicina ma non la piango con nostalgia, è come se lei fosse diventata una fonte di forza per me costantemente presente.

Con amore
Chiara

Ringraziamo Chiara per la sua bellissima testimonianza, invitiamo tutti voi a raccontarvi sul nostro blog Fattore K! Per conoscere il nostro blog e inviarci il vostro contributo, cliccate qui!

Salvo Giaimis

Fattore Kappa vuole ricordare così una persona che ha avuto il piacere di conoscere.

Salvo ci ha colpito immediatamente con la sua dolcezza e lo spirito allegro.

Buon viaggio fra le nuvole in sella alla tua moto, corri felice ed abbi cura di tutti Noi da lassù!

Vally e Libel, autrici di Fattore Kappa

Patrizia: IL GIST E LA MIA NUOVA ME!

Il blog FATTORE K propone la storia emozionante di Patrizia con il GIST,  tumore raro dell’apparato intestinale.

Mi chiamo Patrizia e quest’anno  festeggio sette anni della nuova me!   Ricordo tutto come se fosse successo ieri. Quel giorno, tornando  dal lavoro, mi era venuto il solito bruciore di stomaco e ho preso il solito anti-acido. Nell’arco degli anni avevo fatto qualche gastroscopia  e mi avevano trovato la gastrite. Niente di che.

Insomma, il bruciore non passò, all’ora di sera avevo anche la nausea.  Il mattino dopo, mi sono alzata e mi girava la testa, sono riuscita ad arrivare in bagno e ho vomitato sangue.   Altro che andare al lavoro! 

Al pronto soccorso,  mille domande, esami  del sangue,  trasfusioni di sangue perchè  avevo un emorragia interna già da qualche giorno, un bel tubicino dal naso che andava nello stomaco. Probabile ulcera mi  hanno detto.  Poi gastroscopia.

Mi hanno tenuto a digiuno per 4 o 5 giorni, neanche un goccio d’acqua. Solo una bella dose di gastroprotettore per far ‘guarire’ l’ulcera. Poi finalmente mi hanno portato la cena: il brodino  con la pastina, il purè con prosciutto cotto e crescenza.   Mi ricordo ancora quanto me li sono gustati!!!!

Era sí un ulcera, ma era seduta sopra un bel GIST (un tumore  stromale gastrointestinale – tumore raro della famiglia dei sarcoma. Mica tanto simpatico eh!!) di 5,5 cm confermato anche dalla TAC. Per fortuna l’ulcera ha deciso di farsi sentire.. altrimenti, io non me ne sarei accorta, il mio GIST sarebbe cresciuto tranquillamente e poi quando si sarebbe fatto notare … allora sì che sarebbero stati guai!

Sono andata a casa con la raccomandazione di mangiare solo riso in bianco, carote, zucchine e patate lesse, crescenza e prosciutto cotto. Da bere acqua e thè.  Tre settimane cosi, in attesa di essere chiamata per essere operata.  Finalmente dopo una ventina di giorni mi hanno chiamato e mi hanno detto che avrebbero deciso durante l’operazione se togliere tutto lo stomaco o meno.  Mi hanno lasciato forse 2 cm, praticamente niente.  Istologico T3 N0 M0.  Per fortuna non ho dovuto fare nessuna terapia, il mio GIST era stato bravo e non era ancora andato in giro.

Intanto, a casa,  c’era mio marito e mia figlia che, all’epoca aveva 9 anni, e i miei genitori che abitano al piano superiore.  Mia mamma però, era in ospedale, operata anche lei da pochi giorni.  Lei in un ospedale, io in un’altro.   

A mia figlia  abbiamo deciso di raccontare la verità, cercando di dirle le cose con tutta la tranquillità possibile per non allarmarla.  Lei andava a scuola, andava a danza, faceva le sue cose come sempre.   E alla sera, aiutava il suo papà preparandogli la tovaglietta con i biscotti, lo zucchero, la tazza  per il latte  e la caffettiera pronta per la colazione al mattino.  

Mia figlia è sempre stata molto riservata, è molto sensibile, ma è una tosta.  Era piccola ma è stata una grande!!! 

Dopo l’operazione,  mangiare era un bel dilemma.  Due forchettate ed ero già piena.  Ogni volta che mangiavo erano crampi e corse in bagno. Con il tempo, per fortuna, le cose migliorano.  Bisogna darsi tempo, avere pazienza,  fare da cavia con sé stessi per capire cosa va bene e cosa no.  Se oggi mangi una cosa e ti fa male,  la riprovi fra qualche settimana e probabilmente andrà bene. 

Sono diventata intollerante al latte; l’acqua, (si proprio l’acqua) è pesante da digerire e il risotto e la polenta  mi fanno effetto purga istantanea (ma non per questo non li mangio più!)

Mangio di tutto, l’unica differenza è che le porzioni sono più piccole e il bis e il dolce sono una cosa del passato. A meno che….non aspetto una quarantina di minuti e poi ci sta anche il dolce.  Basta organizzarsi!

E poi rimangono dei piccoli fastidi quotidiani come le crisi ipoglicemiche (fisiologiche perchè non ho il diabete) che ho risolto con caramelle sempre in borsa.  Carenza di vitamina B12 e questa si risolve con una puntura mensile (nel mio caso) a vita. Carenza di vitamina D , che si risolve integrandola  e facendo la MOC per tenere sotto controllo l’osteoporosi.  Anemia sideropenica monitorata ogni 2/3 mesi con aggiunta di integratore di ferro, e ferro per endovena quando i valori sono troppo bassi.  

Mangio in media ogni tre ore. È un problema?  No,  è la mia nuova normalità.   Mia figlia e mio marito mi prendono in giro…dicono che gli costo un patrimonio in cibo, che a fine giornata mangio più di loro, che gli rubo il mangiare dal piatto! Ormai  sono rassegnati!!!

Ho perso in tutto 11 chili con l’operazione.  In 6 anni e mezzo ne ho recuperati 3.   Sono filiforme, peso 47 chili e dovrei pesare sui 54/55.  E qua subentrano gli amici preoccupati che peso poco – mi raccomandano di portare dietro sempre qualche sasso da tenere in tasca quando c’è vento, mica che volassi via….

Io so solo che sono qua e sono felice. Mi tengo strette le persone più vicino a me che sono eccezionali, erano e sono tuttora qua per me e con me, sempre!

Non ho più lo stomaco ma è come si mi si fossero aperti occhi e mente.  Il mio GIST, MIO… perchè tutto questo appartiene a me, mi ha insegnato tante cose.  Mi ha insegnato che sono tosta, io che avevo tante paure e dubbi su me stessa…ho scoperto di avere capacità e la forza di affrontare anche cose difficilissime e riuscire a cavarmela e anche bene!  Ho imparato ad apprezzare tante cose che prima magari si perdevano nelle cose di tutti i giorni , e a lasciare andare le cose e le persone inutili e superficiali. 

Mi voglio più bene e vivo meglio!

Grazie Patrizia per la tua bellissima testimonianza, invitiamo tutti voi a raccontarvi sul nostro blog Fattore K! Per saper come cliccate qui!

Pamela: “FATTORE K COME KAKKA”

Ecco un messaggio che vuole essere un invito alla riflessione sul Fattore K . Grazie Pamela!


Un’antica storia popolare cinese  racconta di un vecchio contadino al quale una mattina fuggì il cavallo che adoperava nel lavoro dei campi. Alla notizia i vicini di casa si recarono subito dal contadino per manifestargli la loro vicinanza in questo momento di grande sfortuna per lui. “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!”, si limitò a dir loro il vecchio contadino. Il giorno seguente, infatti, il cavallo fuggito fece ritorno alla stalla; aveva trascorso la notte sulla montagna e, tornando a valle, era stato seguito da una mandria di cavalli selvatici.

Quando i vicini vennero a saperlo, subito corsero dal vecchio per congratularsi con lui della straordinaria fortuna che gli era capitata! “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo?!”, sentenziò nuovamente il contadino.  Fu così che quello stesso giorno il figlio del contadino decise di cavalcare il più forte dei cavalli selvaggi, per ammaestrarlo e utilizzarlo nel lavoro nei campi. Ma mentre tentava di domarlo, il cavallo selvaggio lo disarcionò, facendo cadere violentemente a terra il figlio del contadino che si ruppe una gamba. Ancora una volta la gente del villaggio non esitò nel correre a casa del contadino per piangere insieme a lui l’evidente disgrazia che su di lui si era abbattuta.

Ma ancora una volta il vecchio non si scompose più di tanto e si limitò a sentenziare: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!”Avvenne infatti che in Cina scoppiò una terribile guerra e che i capi dell’esercito, che viaggiavano di villaggio in villaggio per reclutare soldati, vedendo il figlio del contadino con una gamba rotta non si fermarono e passarono oltre.”

 Ci approcciamo alla vita incentrati sull’idea “della fortuna cieca e della sfiga che invece ci vede benissimo!“ o ancora peggio confondendo responsabilità con merito. Se le cose non vanno bene scomodiamo la colpa, il peccato, l’essere indegni per qualche motivo naturalmente sconosciuto ( Karma? colpe transgenerazionali?)…

Passiamo tre quarti della nostra esistenza a cercare spiegazioni:  leggi di causa ed effetto che ahimè, qualora esistessero, certo non migliorerebbero il nostro benessere mentale.

Perché quando la –K- (ribattezziamola  KAKKA) colpisce hai voglia a trasformarla nel fattore -Q- !!! Noi psicologi alle volte siamo degli ipocriti e io non mi pagherei una seduta per sentirmi dire di “Vedere il bicchiere mezzo pieno” e mi viene veramente voglia di urlare contro i colleghi che danno spiegazioni collegando stati mentali alle disgrazie altrui.

Dove sta l’aiuto? In che modo posso essere utile alle persone? Questa è la mia questione.

Andare incontro al dolore.

Incontro Libel, per me donna più sana, equilibrata, forte, radicata, consapevole, e chi più ne ha più ne metta, che abbia conosciuto negli ultimi tempi.

La conosco, nasce un’amicizia, lei mi sta vicino, la sento mentore.

Mi accorgo che non sta bene, ma ovviamente non è niente è impossibile che LEI, LIBEL, SEVA abbia qualcosa di grave….

Eppure la KAKKA accade ed io mi ritrovo improvvisamente nel dolore, in un altro dolore, che la vita mi sta dando. E nella mia mente parte il famoso perché….perchè … perché LEI, perché un’ amica… accidenti, che sfortuna!!! E la coscienza inizia ad essere oppositiva inizia ad elencare tutti i NO, i NON, gli AVREI… mi sento  e invento colpe…Inizio addirittura a pensare che questa notizia sia il preludio di qualcos’altro che poi debba  essere per forza bello.

Andare incontro al DOLORE.

IL DOLORE FA MALE, IL DOLORE FA DELIRARE il DOLORE è uno SCHIFO che non vuoi per te e i tuoi cari.

Se io sto così, LEI? LEI starà male a modo suo…. Perché ogni dolore elicita la storia singolare, e solo LIBEL è nella sua-

ANDARE INCONTRO AL DOLORE-

Fortuna, sfortuna sento che non posso essere ipocrita e decido che non è tempo di spiegare o di dare una pacca sulla spalla.

Penso “all’ essere UTILE”, a chiederle “Come va?”, penso di ascoltare il suo racconti, cerco di essere disponibile in piccoli stupidi e quotidiani gesti.

Cerco dI stare senza far finta di essere diversa da come solo. Vado incontro al suo “KAKKA”, al suo dolore senza nessuna filosofia o missione speciale- Non ho niente da insegnare, ma non mi voglio nascondere.

La mia questione: essere utile

Care Libel e Vally, fattori K.

Lanciatemi una provocazione sull’essere utile !